Il nuoto dispone di attrezzi che aiutano a migliorare il gesto tecnico. Il più universale di tutti è il pull buoy, vero e proprio protagonista degli allenamenti in piscina. Vediamo però come sfruttarlo al meglio.
Il mercato offre una grande varietà di attrezzi da allenamento: ce ne sono di correttivi, che come tali non andrebbero utilizzati indiscriminatamente perché non tutte e tutti hanno le stesse necessità tecniche su cui intervenire; e poi ci sono quelli che sviluppano sovraccarico muscolare, che andrebbero utilizzati quando il gesto tecnico è strutturato a sufficienza per supportarli (senza correre il rischio di causare risentimenti o danni articolari e muscolari) oppure quando si vuole agevolare esercizi specifici di tecnica. Spesso le corsie destinate al nuoto libero hanno limitazioni sull’utilizzo degli attrezzi (es. palette e pinne), ma ce n’è uno che ha sempre il lasciapassare ed è diventato un compagno fisso di allenamenti. Parliamo del pull buoy.
Il pull buoy è un piccolo galleggiante che crea… una vera e propria dipendenza! Chi trova particolare giovamento nell’utilizzo del pull è perché non ha una postura particolarmente performante da un punto di vista dell’idrodinamica: l’attrezzo ricrea una linea di galleggiamento più efficace diminuendo l’attrito (solleva il bacino). Il semplice utilizzo, però, non corregge il gesto tecnico, anzi: di solito accade l’esatto opposto.
Chi si affaccia all’allenamento del nuoto da adulto, ha spesso difficoltà nel controllo della postura e soprattutto nella gestione delle gambe (maggiormente gli uomini rispetto alle donne, a causa di muscolatura e struttura) e il pull rappresenta la cura per fare meno fatica, la soluzione per affrontare un allenamento di nuoto senza patirlo troppo. Con il pull buoy, infatti, si possono sviluppare volumi importanti a intensità medio-basse parcheggiando il cervello sul bordo vasca, senza pensare a quello che si sta facendo.
Ma allenarsi significa superare la linea di confine tracciata dall’abitudine, quindi creare stimoli sia fisici che mentali per strutturare una crescita. La mente dev’essere nel qui e ora per immagazzinare informazioni ed elaborarle, per individuare i limiti e spostarli sempre più in là. Le vie di fuga dalla fatica non rientrano quindi in questi concetti e quando il pull diventa solo una comoda poltrona su cui oziare è meglio intervenire integrando o sostituendone la presenza con altri attrezzi, oppure strutturando allenamenti dinamici che aprono le porte al disagio. Ciò non significa che bisogna privarsene ma semplicemente dargli una collocazione diversa e ridimensionarne l’importanza.
Gli attrezzi hanno la finalità di:
Tramite l’utilizzo (non casuale) di più attrezzi, si sviluppa una multilateralità motoria più ricca e variegata, grazie all’acquisizione di molteplici abilità. Il pull buoy nasce con lo scopo di limitare l’utilizzo degli arti inferiori (privazione) sovraccaricando quelli superiori. Se a questa finalità se ne aggiungono altre che sono frutto di fantasia e creatività (a condizione che ci sia un percorso pensato con uno scopo) l’allenamento non risulta monotono e diventa sicuramente più divertente.
chi ha già una buona padronanza della postura può crearsi qualche problema in più dedicando serie composte da distanze brevi con l’aggiunta di un laccio alle caviglie (oppure incrociando le gambe) per sviluppare efficacia della forza applicata alla fase subacquea della bracciata
spesso le gambe vengono inconsapevolmente usate anche con il pull, quindi: perché non enfatizzarne l’azione rendendola consapevole, tramite serie composte da brevi distanze? Il pull buoy, infatti, limita l’escursione della gambata e ne condiziona il movimento e questo esercizio può creare un buon focus per chi ha difficoltà nella coordinazione gambe-braccia e nel controllo delle compensazioni motorie delle gambe
si può giocare su ripartenze decrescenti mantenendo costante l’intensità, oppure cercare di mantenere costante la pausa aumentando l’intensità
Questi sono solo piccoli esempi che vanno poi ovviamente contestualizzati, personalizzati e finalizzati con un’idea di massima di programmazione. Divertirsi negli allenamenti non significa non fare fatica, anzi. La fatica, però, non deve essere fine a sé stessa, ma deve diventare l’ingrediente principale per gustare il sapore dei traguardi raggiunti.