Come individuare e prevenire i disturbi alimentari legati allo sport? Elena Casiraghi, scienziata della nutrizione sportiva, ci offre strumenti preziosi per imparare a gestire questa problematica purtroppo molto attuale.
Ho iniziato a fare sport forse ancora prima di nascere. La mia è sempre stata una famiglia di sportivi. A partire da mio padre, insegnante di educazione fisica, allenatore di pallacanestro femminile e docente I.S.E.F. (per intenderci: quella che oggi è la Facoltà di Scienze Motorie). Lo era anche mia madre, pur non praticando alcuno sport, per il semplice fatto che, finché non siamo stati autonomi negli spostamenti, era lei ad accompagnare me e i miei fratelli rispettivamente a nuoto, a pallacanestro e a canottaggio. Insomma, posso dire con certezza che sono cresciuta a pane e sport.
Ed è stato proprio nel periodo in cui nuotavo a livello agonistico che mi sono imbattuta per la prima volta in una di quelle situazioni che oggi conosciamo come disturbo alimentare. Erano per me e per le mie amiche della squadra i primi anni dell’adolescenza, quelli in cui inizi a domandarti chi sei, a cercare la tua identità anche fuori dall’acqua clorata e dalle aule scolastiche. E, soprattutto, a vedere il tuo corpo che cambia, cresce, si modella. Prende forma. Evento ancora più evidente in una disciplina come il nuoto in cui c’è un’esposizione del proprio corpo. Osservavo questa mia cara amica dimagrire, o meglio perdere peso in maniera rapida, come se qualcuno la stesse mangiando da dentro. Quando tentavo di chiederle spiegazioni, non solo non avevo risposta, ma percepivo allungarsi la distanza tra di noi. Sentivo la presenza di una dissonanza, ma la consapevolezza acerba della ‘me’ adolescente non mi permetteva di capire. E comunque nemmeno gli adulti intorno a me erano in grado di raccontarmi cosa stesse accadendo.
L’ho compreso qualche anno più tardi, quando la nebbia intorno al concetto di disturbo alimentare ha iniziato a diradarsi. Nonostante ancora oggi si faccia fatica a parlare di questo argomento, bisogna riconoscere che in merito si sa di più e si inizia a lavorare in maniera solida in ogni ambito quotidiano per creare una cultura che, all’atto pratico, significa fare prevenzione. E quando dico ‘in ogni ambito’ intendo anche l’ambiente sportivo.
Quello dei disturbi alimentari nello sport è un vero problema che affligge sì la performance, ma ancora prima la salute fisica e mentale dell’atleta. E colpisce donne e uomini, senza distinzione (anche se le atlete sono statisticamente le più coinvolte), dall’età giovanile a quella adulta. Il comportamento comune è inizialmente quello di mangiare meno, rinunciare al cibo, anzi, userei il termine “evitarlo”, col fine - spesso solo apparente - di ridurre il peso corporeo per essere più leggeri e veloci. Un risultato, quello del basso peso, che potrebbe avvantaggiare (e notare il condizionale) in linea teorica le prestazione delle discipline di trasporto come corsa, marcia, ciclismo, triathlon, solo per citarne alcuni. A volte può capitare che alla rinuncia del cibo seguano altri disturbi (abbuffarsi e successivamente rigettare, assunzione di lassativi per ridurre l’assorbimento delle calorie): tutte pratiche che hanno l’obiettivo sia di ricercare nel più breve tempo possibile il peso ottimale di gara sia di mantenere nel tempo uno stereotipo di forma fisica che nella mente dell’atleta appare ottimale. Ma che in realtà tale non è. È noto infatti che un’eccessiva riduzione dell’assunzione di energia può alterare la salute dell’atleta. I pericoli più frequenti nelle situazioni di disturbi nutrizionali sono l’aumento del rischio di fratture da stress e, nello specifico per le donne, l’alterazione del ciclo mestruale - e quindi alterazione ormonale - fino alla scomparsa del flusso (amenorrea).
Per bassa disponibilità energetica (LEA) si intende un deficit tra calorie a disposizione e la richiesta, in termini di dispendio energetico, da parte dell’esercizio. Il risultato è la compromissione dei processi fisiologici. In pratica se l’organismo non ha sufficiente energia per far fronte a tutti i suoi impegni, da qualche parte deve risparmiare, così disattiva alcuni processi che in quel momento non sembrano essere primari nella vita dell’atleta ma che hanno comunque a che fare con la salute. I problemi di salute associati a LEA includono: disfunzioni mestruali nella donna e alterazione della libido nell’uomo, problemi gastrointestinali, cardiovascolari e ossei.
Prevenire è possibile. E per farlo è fondamentale allenare il benessere mentale - e non solo quello fisico - dell’atleta. Le persone che gli sono attorno (dal coach ai famigliari) possono adottare una serie di strategie che partono proprio dal linguaggio. Perché, come ricordava Nanni Moretti nel suo film Palombella Rossa, ‘le parole sono importanti’. Come parliamo, come ci rivolgiamo all’atleta, come lo invitiamo a ragionare diventano fondamentali.
Alla luce di questa riflessione è evidente che parlare contribuisce a fare prevenzione poiché significa creare cultura, riconoscere precocemente. Il primo passo? Partire da noi stessi, lavorare sul linguaggio, sul valore delle parole, senza dare per scontato alcun pensiero. Grazie a chi ha letto fino in fondo questo articolo carico di sentimento. Spero vivamente di aver contribuito a fornire qualche prezioso strumento per favorire il benessere di chi fa e di chi promuove lo sport.
Credits photo: @Valentina Celeste
Bell’articolo !!! Una domanda: l’inappetenza dopo lo sforzo fisico non dovuto a cause psicologiche, ma attribuibile alla troppa fatica, come va trattata ??? Grazie !!!
Grazie! Il rischio anche in questo caso è quello di creare un deficit sia energetico che nutrizionale. La strategia è quella di assumere i nutrienti (macro e micro, cioè zuccheri, aminoacidi/proteine e minerali) in formato liquido. Si possono per esempio sfruttare succhi di frutta per recuperare l'aspetto energetico e polveri di proteine oppure prodotti specifici per il recupero nell'ora che segue lo sforzo. In genere entro massimo 3 ore l'appetito torna come anche la disponibilità dello stomaco di accettare nutrienti. Fatta eccezione per eventi estremi come l'Ironman o le ultramaratone o ultratrail ma si parla di eventi rari durante l'anno e anche in questo caso la fame (con debito) si ripresenta nel giro di poche ore.